Mondiali 2026
Roma protagonista al Mondiale 2026: i giallorossi e il futuro negli USA
Il Mondiale 2026 non è soltanto l’evento calcistico più importante dell’anno, ma anche una gigantesca vetrina internazionale per molti club europei. Tra questi c’è la Roma che seguirà con particolare attenzione il percorso di tre giocatori impegnati negli Stati Uniti, in Canada e in Messico.
Evan Ndicka con la Costa d’Avorio e Manu Koné con la Francia avranno infatti l’opportunità di mettersi in mostra davanti agli occhi di osservatori, dirigenti e tifosi di tutto il mondo.
La Coppa del Mondo può spostare gli equilibri
Secondo le analisi dei principali siti scommesse Mondiali le favorite ad oggi sono Spagna, Francia, Inghilterra, Argentina e Brasile.
Come sottolinea anche Marcello Monicelli, esperto di scommesse online, le quote più interessanti vengono pubblicate all’inizio del torneo su siti come Scommesse.commentierecensioni.com, mentre tendono a scendere man mano si prosegue con le partite.
In questo contesto, le prestazioni individuali possono incidere enormemente sulle valutazioni di mercato dei singoli giocatori.
Quindi, per una società come la Roma il Mondiale è molto più di una semplice parentesi estiva.
La vetrina mondiale osservata da Trigoria
A Trigoria sanno bene che una competizione di questo livello può modificare percezioni e quotazioni.
Per questo motivo la dirigenza romanista seguirà con attenzione ogni minuto disputato dai propri rappresentanti. Poteva esserci anche Wesley ma il brutto infortunio ha ridotto il numero di atleti romanisti in America.
Comunque, una grande prestazione potrebbe infatti aumentare ulteriormente l’interesse del mercato internazionale.
Koné e il mercato estivo
Tra i romanisti presenti al Mondiale, quello destinato probabilmente ad attirare il maggior numero di osservatori è Konè. Il centrocampista francese si è imposto come uno degli elementi più dinamici e completi della rosa giallorossa, attirando l’attenzione di numerosi club europei grazie alle sue qualità tecniche e atletiche.
La Francia arriva al torneo con ambizioni elevatissime e una rosa ricca di talento in ogni reparto. In un gruppo competitivo e con molte partite ravvicinate, il centrocampista potrebbe trovare spazi importanti durante il percorso della selezione transalpina. Le sue caratteristiche moderne, ovvero recupero palla, progressione e capacità di rompere le linee avversarie, lo rendono uno dei profili più apprezzati.
Per la Roma il discorso è particolarmente delicato. Da un lato il calciatore è una pedina fondamentale per il presente e per il progetto tecnico. Ma, dall’altro lato, una sua eventuale esplosione mondiale potrebbe far crescere ulteriormente il valore economico del cartellino, generando scenari interessanti in vista delle prossime finestre di mercato.
Wesley (assente per infortunio) e la nuova generazione verdeoro
Se Koné è il profilo più appetibile dal punto di vista del mercato, Wesley poteva essere il giocatore destinato a ottenere la maggiore visibilità mediatica. Indossare la maglia del Brasile durante un Mondiale avrebbe significato trovarsi costantemente sotto i riflettori.
Il percorso di Wesley verso il Mondiale, invece, si è interrotto a pochi giorni dall’inizio della competizione a causa di un infortunio muscolare rimediato in amichevole. Il terzino brasiliano era stato indicato tra i possibili protagonisti della nuova generazione verdeoro, ma gli esami hanno confermato una lesione che gli impedirà di partecipare al torneo.
Per il Brasile si tratta di una perdita significativa, con lo staff tecnico costretto a rivedere le proprie scelte e a convocare un sostituto per completare la rosa.
Per la Roma, poi, la sua assenza cambia le prospettive legate alla vetrina mondiale. Il giocatore non avrà quindi la possibilità di aumentare la propria visibilità internazionale.
Ndicka e la sfida più difficile
Il percorso di Evan Ndicka verso il Mondiale è stato il più complicato tra quelli dei tre giallorossi. Il difensore ivoriano ha dovuto fare i conti con un problema fisico accusato nelle ultime settimane della stagione.
Nonostante ciò, l’obiettivo è quello di recuperare pienamente la condizione per guidare la retroguardia della Costa d’Avorio. Per la nazionale africana la sua esperienza internazionale è una risorsa fondamentale, specialmente nelle partite ad alta pressione che caratterizzano una competizione come il Mondiale.
Dal punto di vista della Roma, Ndicka resta uno dei giocatori più affidabili dell’intera rosa. Le sue prestazioni hanno attirato l’interesse di diversi club stranieri e una competizione di alto livello potrebbe consolidare la sua posizione sul mercato europeo.
Gli altri romanisti da seguire negli Stati Uniti
Oltre a Ndicka e Koné, la Roma sarà rappresentata al Mondiale 2026 anche da altri quattro calciatori che potrebbero sfruttare il torneo per aumentare la propria esperienza internazionale.
Neil El Aynaoui e Anass Salah-Eddine fanno parte del Marocco, una delle nazionali africane più attese dopo gli ottimi risultati ottenuti negli ultimi anni. Poi Zeki Celik sarà impegnato con la Turchia, selezione che punta a sorprendere nella fase a eliminazione diretta.
Completa il gruppo Donyell Malen, convocato dall’Olanda e pronto a mettere la velocità e la qualità offensiva al servizio degli Oranje.
Pur partendo da situazioni differenti rispetto a Ndicka e Koné, anche questi quattro calciatori avranno l’opportunità di valorizzarsi davanti a una platea mondiale, offrendo alla Roma motivi di interesse durante tutta la competizione.
Perché il Mondiale interessa così tanto alla Roma
Quando si analizza la presenza dei giocatori romanisti al Mondiale è impossibile limitarsi al semplice aspetto sportivo. Per la società giallorossa la competizione rappresenta anche un’opportunità economica.
Le grandi manifestazioni internazionali hanno sempre contribuito a far aumentare il valore di mercato dei calciatori. Una prestazione convincente contro avversari di livello mondiale genera visibilità immediata e può accelerare trattative che altrimenti richiederebbero mesi.
Per una società impegnata nella gestione attenta dei propri conti, inoltre, la valorizzazione del patrimonio tecnico è un elemento strategico.
Ndicka e Koné arrivano al torneo in momenti differenti della loro carriera, ma tutti e due hanno la possibilità di uscire dal Mondiale con una quotazione superiore rispetto a quella attuale.
Tre storie diverse (e un unico obiettivo)
Ciò che rende particolarmente interessante la presenza della Roma al Mondiale 2026 è la diversità dei profili coinvolti. Ndicka è il difensore affidabile che cerca conferme ai massimi livelli. Koné, invece, è il centrocampista che potrebbe diventare uno dei protagonisti assoluti del mercato europeo.
Percorsi che convergono nello stesso torneo e che saranno seguiti con attenzione da tifosi, dirigenti e addetti ai lavori. Per la Roma, quindi, il Mondiale non sarà soltanto una competizione da osservare da lontano. Al contrario, sarà una manifestazione in grado di incidere concretamente sul presente e sul futuro del club.
Quando i riflettori si accenderanno negli stadi americani, dunque, ogni giocata, ogni gol e ogni prestazione dei giallorossi potrebbe avere conseguenze che andranno ben oltre il risultato sul campo.
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Argentina, Scaloni: “Allenerò fino a dicembre, dopo molto probabilmente mi fermerò”
“Fino a dicembre proseguirò, e dopo probabilmente l’idea è di rilassarmi, fermarmi un po’“. Nonostante in conferenza stampa Lionel Scaloni sia parso più abbottonato sul suo futuro, in mixed zone prima di lasciare il MetLife Stadium e la medaglia d’argento di New York da secondo classificato nella Coppa del Mondo, si è lasciato scappare dei dettagli importanti su chi sarà seduto sulla panchina dell’Albiceleste nei prossimi mesi da ct.
“È un posto straordinario, un sogno. È stato un piacere stare qui, un orgoglio. Fino a dicembre, se il presidente (Claudio Tapia, ndr) vuole, io sono qui, e dopo sarà complicato… È anche giusto che ci possa essere un cambio”, ha ammesso l’argentino di 48 anni all’uscita dello spogliatoio dello stadio, dopo la sconfitta della nazionale in finale del Mondiale contro la Spagna. “Fino a dicembre, e dopo probabilmente mi fermerò. Devo comunque parlarne con il presidente. Ripeto, è un posto incredibile, straordinario, meraviglioso, da sogno, ma che richiede moltissime energie. Vedremo”.
In precedenza, in conferenza stampa, Scaloni aveva già dichiarato: “Sono grato al presidente per l’opportunità e per essere in questo posto. Voglio portare a termine il mio contratto e poi vedrò. È giusto che io possa prendermi questo tempo e pensare al mio futuro”, ha detto rotto dal pianto, tra le lacrime. “Questo posto è meraviglioso. È un posto da sogno che non avrei mai immaginato di vivere nella mia vita. Per continuare servono molte cose. Bisogna resettarsi e formare un altro gruppo così. È difficile che si formi di nuovo un gruppo come questo. Mi fa male nell’anima”. Chissà se Scaloni continuerà a guidare la Nazionale argentina, che ha saputo portare sul tetto del Mondo quattro anni fa in Qatar.
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Spagna campione del Mondo, Ferran Torres: “Il gol appartiene a 47 milioni di persone”. De La Fuente: “Abbiamo scritto la storia”
La Spagna festeggia il secondo titolo mondiale della propria storia e tra i protagonisti assoluti della finale c’è Ferran Torres, autore del gol decisivo che ha regalato alla Roja il successo contro l’Argentina dopo i tempi supplementari. Al termine della sfida disputata a New York, l’attaccante spagnolo ha condiviso tutta la propria emozione, dedicando la rete a un intero Paese e ricordando le difficoltà affrontate durante il torneo.
Il match winner della finale ha voluto sottolineare come il suo gol non rappresenti un traguardo personale, ma il coronamento del sogno di un’intera nazione.
“Credo che, alla fine, il gol appartenga a 47 milioni di persone, non a me”, ha dichiarato Ferran Torres subito dopo la conquista della Coppa del Mondo.
L’attaccante ha poi raccontato il percorso vissuto durante la competizione, ricordando le numerose critiche ricevute e spiegando come non abbia mai smesso di credere nel proprio destino.
“Il destino era già scritto. Era scritto che dovessimo vincere. Provo un enorme senso di sollievo perché sono stato duramente criticato durante tutto il Mondiale, ma il destino è scritto. Ringrazio Dio, che mi dà sempre la forza di andare avanti. Come dico sempre, Dio concede le cose a chi più le merita”, ha aggiunto il numero offensivo della Roja.
Parole che trovano piena sintonia con quelle del commissario tecnico Luis De La Fuente, che ha elogiato il proprio attaccante e l’intero gruppo dopo il trionfo mondiale.
Il tecnico spagnolo ha ribadito come il successo sia stato il frutto del lavoro quotidiano e della convinzione mostrata dalla squadra fin dall’inizio della competizione.
“La vita premia chi lavora sodo”, ha spiegato De La Fuente, sottolineando ancora una volta il valore del sacrificio e della determinazione che hanno accompagnato il cammino della Spagna verso il titolo. L’allenatore ha poi svelato un retroscena legato ai momenti che hanno preceduto la finale.
“Ho detto ai ragazzi che avevamo un appuntamento con la storia e che dovevamo essere i primi ad arrivarci”, ha raccontato il commissario tecnico.
Nemmeno dopo la vittoria, però, il tecnico ha abbassato la soglia dell’ambizione. Alla domanda di alcuni giocatori su quali obiettivi restassero ancora da raggiungere, De La Fuente ha risposto con grande determinazione.
“Mi hanno chiesto cosa restasse da vincere e ho risposto: la partita di settembre. Abbiamo ancora tanto da conquistare”, ha spiegato, lasciando intendere come il gruppo sia già concentrato sui prossimi impegni ufficiali.
Infine, De La Fuente ha analizzato anche l’andamento della finale, sottolineando come la Spagna avrebbe meritato di sbloccare il risultato ben prima dei tempi supplementari.
“Durante l’extra time ho detto ai miei giocatori di continuare a giocare perché eravamo la squadra migliore. Credo che la partita si sarebbe potuta decidere molto prima, ma le parate di Dibu Martinez ci hanno impedito di passare in vantaggio. Tuttavia questa era una finale mondiale e, in una partita del genere, bisogna anche saper soffrire”, ha concluso il commissario tecnico.
Le dichiarazioni di Ferran Torres e Luis De La Fuente raccontano perfettamente lo spirito di una Spagna che ha conquistato il Mondiale senza mai rinunciare alla propria identità di gioco, confermandosi ai vertici del calcio internazionale grazie a un progetto tecnico capace di coniugare qualità, organizzazione e mentalità vincente.
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Mondiali 2026
Spagna campione del mondo: Ferran Torres piega l’Argentina ai supplementari, Messi chiude tra le lacrime
La Spagna è campione del mondo al termine di una finale durissima e tatticamente bloccata, risolta soltanto ai tempi supplementari grazie alla rete decisiva di Ferran Torres. Un successo che premia la nazionale di Luis de la Fuente, capace di restare fedele alla propria identità di gioco dall’inizio alla fine, conquistando il titolo iridato dopo aver già alzato al cielo il Campionato Europeo. Per la Roja arriva così il secondo Mondiale della propria storia, al termine di una partita che ha visto un’Argentina estremamente rinunciataria e incapace di creare reali pericoli per oltre 120 minuti.
La finale è stata caratterizzata da un copione ben preciso. La Spagna ha monopolizzato il possesso del pallone, cercando con pazienza gli spazi contro una Selección schierata con un baricentro bassissimo e concentrata esclusivamente sulla fase difensiva. Gli uomini di Scaloni hanno praticamente rinunciato ad attaccare, aspettando il momento favorevole che però non è mai arrivato. I numeri raccontano una sfida a senso unico, con gli spagnoli costantemente nella metà campo avversaria e l’Argentina incapace di costruire occasioni significative fino ai minuti conclusivi del secondo tempo supplementare.
Lionel Messi, alla sua ultima finale mondiale, ha vissuto una serata amara. Sempre marcato e spesso isolato dai compagni, il fuoriclasse argentino non è mai riuscito ad accendere la luce in una squadra che ha preferito difendersi piuttosto che provare a imporre il proprio gioco. Dall’altra parte, Lamine Yamal non ha brillato come nelle migliori occasioni, ma ha comunque rappresentato una costante minaccia, sostenuto dalla qualità collettiva di una Spagna che ha trovato in Rodri il proprio punto di riferimento in mezzo al campo.
Nel primo tempo la Roja ha controllato il gioco senza però riuscire a trovare grandi sbocchi offensivi. L’Argentina ha chiuso tutti gli spazi con due linee molto compatte davanti alla propria area di rigore, sacrificando completamente la fase offensiva. Alvarez è stato chiamato a un lavoro quasi esclusivamente difensivo, Montiel è rimasto bloccato sulla corsia destra, mentre Tagliafico ha pensato soprattutto a limitare Yamal. Il risultato è stato una gara estremamente tattica, povera di emozioni e con pochissime occasioni da rete.
Nella ripresa Scaloni ha provato a modificare qualcosa inserendo Leandro Paredes davanti alla difesa, passando a un assetto leggermente diverso. Il cambiamento, però, ha finito per concedere ancora più profondità agli esterni spagnoli, che hanno trovato maggiore libertà sulle corsie laterali. La Spagna ha continuato ad aumentare la pressione, mentre l’Argentina ha perso anche i due difensori centrali per infortunio, scegliendo comunque sostituzioni orientate quasi esclusivamente alla protezione del risultato. È rimasta invece sorprendente la decisione di non concedere spazio a Lautaro Martinez, lasciando la squadra senza un vero riferimento offensivo.
L’episodio che ha indirizzato definitivamente la sfida è arrivato con la giusta espulsione di Enzo Fernandez, autore di un intervento molto duro che ha lasciato l’Argentina in inferiorità numerica durante i tempi supplementari. A quel punto la Selección si è abbassata ulteriormente, mentre De la Fuente ha trovato energie fresche dalla panchina inserendo Nico Williams, Pedri e Ferran Torres, cambi che si sono rivelati decisivi.
Proprio dai nuovi entrati è nato il gol che ha deciso il Mondiale. Williams ha servito un perfetto assist di testa per Ferran Torres, che si è fatto trovare pronto davanti a Emiliano Martinez, battendolo con grande freddezza e regalando alla Spagna il titolo mondiale. Dopo numerosi interventi decisivi del portiere argentino nel corso della gara, anche lui ha dovuto arrendersi davanti alla qualità della manovra spagnola.
Per la Roja si tratta di un trionfo costruito sulla continuità di un progetto tecnico che ha portato la nazionale iberica a vincere prima l’Europeo e ora anche il Mondiale. Luis de la Fuente conferma ancora una volta la bontà delle proprie idee, senza mai rinunciare alla filosofia basata sul possesso del pallone e sull’organizzazione collettiva.
Per l’Argentina, invece, resta una finale da dimenticare. Dopo il memorabile successo del 2022, questa volta la Selección ha scelto un approccio estremamente prudente che non ha prodotto risultati. Le lacrime di Messi al triplice fischio raccontano tutta la delusione per un addio al palcoscenico mondiale che avrebbe meritato un epilogo diverso, mentre la Spagna può festeggiare un successo storico conquistato con pieno merito davanti a uno stadio che, durante la cerimonia di premiazione, ha accompagnato con sonori fischi la presenza del presidente della FIFA Gianni Infantino e del presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
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